     p 145 .
     
Paragrafo 2 . La fede e la filosofia.

     
Ma  i  sensi  e  la  ragione, gli esperimenti e la matematica,  non
esauriscono  per  Pascal  la  conoscenza  della  Verit.   E'   una
usurpazione del razionalismo quella di attribuire alla  ragione  la
facolt  di conoscere tutto, mentre c' tutta un'area della  realt
che le sfugge.
     "Non so chi mi ha messo al mondo, n ci che sia il mondo,  n
io  stesso;  sono in una terribile ignoranza di ogni cosa;  non  so
cosa sia il mio corpo, i miei sensi, la mia anima, e persino quella
parte di me che pensa quel che dico, che fa riflessione su tutto  e
su stessa e non conosce se stessa pi del resto.
     Vedo   questi   spaventevoli  spazi   dell'universo   che   mi
racchiudono, e mi trovo attaccato ad un
     
     p 146 .
     
     angolo di questa vasta distesa, senza sapere perch sono posto
in  questo luogo piuttosto che in un altro, n perch il tempo  che
mi  dato di vivere mi  assegnato in questo punto piuttosto che in
un  altro di tutta l'eternit che mi ha preceduto e di tutta quella
che  mi  segue.  Non vedo che infiniti da tutte  le  parti  che  mi
racchiudono  come un atomo, e come un'ombra che  non  dura  che  un
istante senza ritorno. Tutto quel che so  che debbo presto morire;
ma  ci  che  ignoro di pi  questa morte stessa  che  non  saprei
evitare.
     Come  non  so  da  dove vengo, cos non so  dove  vado;  e  so
soltanto che uscendo da questo mondo, cado per sempre o nel  nulla,
o nelle mani di un Dio irritato, senza sapere a quale di queste due
condizioni devo essere in eterno assegnato. Ecco il mio stato pieno
di debolezza e di incertezza"(9).
     L'angoscia di Pascal ripropone tutte le domande per rispondere
alle  quali    nata la filosofia. Ma due millenni  di  riflessione
filosofica,  ai  suoi  occhi,  non hanno  dato  una  sola  risposta
convincente:  egli    tremendamente solo, attaccato  a  un  angolo
dell'infinito,  in  un istante dell'eternit, ignorante  di  tutto,
attraversato  da  un  dubbio  radicale  e  totale.  Non  si  tratta
dell'ignoranza  socratica  o  del  dubbio  cartesiano,   funzionali
rispettivamente all'acquisizione della conoscenza e alla  conquista
della  certezza:  si  tratta di ignoranza e di  dubbio  reali  (non
metodici), dai quali  difficile intravedere una via di uscita.
     Riflettendo  sul  proprio  dolore e  sulla  propria  angoscia,
Pascal  scopre che, accanto alla chiarezza che appare alla ragione,
opera  ed   reale l'oscurit del sentimento, la verit del  cuore,
che  non  parla  alla  ragione, ma si afferma con  prepotenza  come
elemento ineliminabile dalla vita dell'uomo.
     Lo  "spirito scientifico" (esprit scientifique) e la  sua  pi
alta    manifestazione,   lo   "spirito   di   geometria"   (esprit
gomtrique), non esprimono completamente lo spirito dell'uomo.  E'
vero  che  le  dimostrazioni geometriche  consentono  di  scoprire,
attraverso l'analisi, verit sconosciute. La geometria    la  sola
scienza  che  "conosce  le vere regole del  ragionamento  e,  senza
fermarsi a quelle del sillogismo, che sono cos naturali che non si
possono  ignorare, si ferma e si fonda sul vero metodo di  condurre
il ragionamento in tutte le cose"(10).
     Ma  la geometria, per dimostrare nuove verit, parte da verit
"gi  trovate"(11), che non hanno bisogno di alcuna  dimostrazione,
perch  chiare  a  tutti e da tutti comprese, come  spazio,  tempo,
movimento,  numero, uguaglianza(12). La fonte di queste  conoscenze
,  per  Pascal,  il cuore; e proprio sulle verit del  cuore  deve
fondarsi la ragione per le sue dimostrazioni geometriche(13).
     
     p 147 .
     
     Accanto  all'esprit  de  gomtrie,  affinch  sia  rispettata
l'intera natura dell'uomo, deve trovare spazio l'esprit de finesse.
Uno  dei pensieri pi celebri di Pascal  dedicato alla "differenza
tra  lo spirito di geometria e lo spirito di finezza"(14): il primo
si  rivolge a princpi "grossi" e "palpabili", ma lontani  dall'uso
comune;  il secondo a princpi che "sono nell'uso comune e  davanti
agli occhi di tutti", ma "cos slegati e cos in gran numero che  
quasi impossibile che non ne sfuggano".
     L'esprit de gomtrie si esprime nelle dimostrazioni razionali
dell'intelletto,  che,  se  ben  condotte,  non   possono   portare
all'errore;  ma molti aspetti della vita dell'uomo e  dell'universo
si  sottraggono  alla conoscenza dei "geometri",  perch  non  sono
riconducibili a quei pochi e saldi princpi da cui deducono le loro
dimostrazioni,    e    non   si   possono    comunque    affrontare
"geometricamente":  si tratta, ed esempio, di  tutte  le  questioni
riguardanti la morale, l'eloquenza, il sentimento.
     Gli  spiriti  geometrici,  sostiene  Pascal,  quando  vogliono
trattare   queste   questioni  con  il  loro  metodo   si   rendono
semplicemente  ridicoli;  d'altro canto l'esprit  de  finesse,  che
grazie  all'intuizione riesce a cogliere e  a  dar  voce  a  questi
aspetti  della vita dell'uomo, incontra spesso grandi difficolt  a
comprendere  la  totalit e la complessit del  mondo  che  gli  si
manifesta, perch non  abituato a collegare, enumerare, dedurre.
     "Spirito di geometria" e "spirito di finezza" sono due aspetti
separati  ed  opposti  dello spirito dell'uomo,  che  raramente  si
trovano  a convivere in un individuo: molti spiriti fini,  infatti,
di  fronte  alle proposizioni dei "geometri" provano  repulsione  e
disgusto  e non sono in grado di comprendere le "cose speculative";
molti  spiriti  geometrici,  dal  canto  loro,  per  le  cose   non
riconducibili   a  princpi  ben  chiariti,  diventano   "falsi   e
insopportabili"; molti, infine, conclude Pascal, sono  gli  spiriti
sordi, che "non sono mai n fini n geometrici".
     Questi  due aspetti, opposti e distinti, che rendono  ridicolo
l'uomo  quando  si  scambiano i ruoli o  invadono  l'uno  il  campo
dell'altro, devono, per Pascal, essere ricondotti ad unit(15): gli
stessi principi della geometria, come abbiamo gi visto, provengono
dal cuore. Chi  attento alla voce del cuore non pu essere sordo a
quella  dell'intelletto  e  viceversa,  perch,  ripetiamolo,  "gli
spiriti sordi non sono n fini n geometrici".
     Come  l'intelletto non pu fare a meno delle verit del cuore,
cos  il  cuore,  l'intuizione  e  l'istinto,  non  possono  essere
separati  dall'intelletto,  dalla  ragione,  in  una  parola,   dal
pensiero.  Il pensiero  ci che fa grande l'uomo, ci  che  d  un
senso alla sua disperazione e alla sua solitudine: il frammento  in
assoluto  pi  famoso di Pascal  certamente  quello  in  cui  egli
definisce l'uomo un "giunco pensante (roseau pensant)"(16).
     
     p 148 .
     
     La  filosofia, espressione massima del pensiero, non  per in
grado  di  rispondere a tutte le domande che l'uomo  si  pone,  non
riesce  a  toglierlo  da quell'angolo dell'infinito  cui  si  trova
appeso,  a  fornirgli una bussola per muoversi in  uno  spazio  dal
quale  scomparso ogni punto di riferimento(17). Ma la ragione  pu
compiere  un  ultimo  passo: "L'ultimo passo  della  ragione    il
riconoscere che vi sono un'infinit di cose che la superano. Essa 
proprio debole, se non giunge fino a conoscere questo. E se le cose
naturali la superano che cosa dire delle soprannaturali?"(18).
     Non  contro  la ragione, ma grazie ad essa, Pascal si  rivolge
alle  cose soprannaturali e a Dio, consapevole che rispetto ad essi
la ragione  impotente.
     Egli non si rivolge certamente al Dio di Descartes, ricondotto
tutto  all'interno della ragione umana(19), e nemmeno  al  Dio  che
parla   il   linguaggio  matematico  e  razionale  della  struttura
dell'universo,  ma  al Dio della Rivelazione:  "Dio  d'Abramo,  Dio
d'Isacco,  Dio  di Giacobbe [...]. Dio di Ges Cristo.  [...]  Ges
Cristo. Ges Cristo" grida Pascal nel suo Memoriale del 23 novembre
1654(20).
     La   filosofia  esaurisce  il  suo  compito  rendendo   l'uomo
consapevole  della  propria  miseria,  ma  non  potendo  per  nulla
modificare quella miseria [...](21). L'unica speranza  la fede  in
un Dio d'amore
     
     p 149 .
     
     che  offre agli uomini salvezza e felicit. Infatti "tutti gli
uomini  cercano di essere felici", scrive Pascal, ma "l'uomo  senza
la  fede  non pu conoscere il vero bene, n la giustizia"(22).  La
via  che conduce a Dio passa esclusivamente per la fede, non per  i
ragionamenti della mente umana; si pu credere in Dio  solo  perch
egli lo vuole(23).
     Quindi  nessuna prova razionale, n quelle logiche di  Tommaso
n  quelle  ontologiche di Anselmo e di Descartes,  pu  dimostrare
l'esistenza  di Dio e permetterci di conoscere la sua  natura.  Dal
punto  di  vista  della  ragione Dio pu  esistere,  come  pu  non
esistere.  Di  fronte all'esistenza di Dio siamo come il  giocatore
che lancia in aria la moneta: ha tante probabilit che esca "testa"
quante  ne  ha  che  esca "croce". Di fronte ad  un  problema  cos
cruciale per la salvezza eterna, Pascal rievoca i suoi studi  sulla
probabilit,  ma  il calcolo, come abbiamo visto,  questa  volta  
facile:  la  possibilit di "indovinare" la verit   una  su  due.
Conviene allora spostare l'attenzione sulla posta in gioco,  perch
in  ogni caso nessuno pu sottrarsi all'obbligo di puntare, "non  
facoltativo": ci sono due cose da perdere, il bene e il vero, e due
cose da impegnare, la ragione e la volont. "Pensiamo al guadagno e
alla  perdita,  prendendo  per "croce" che  Dio  esiste.  Valutiamo
questi  due  casi: se vincete guadagnate tutto e  se  perdete,  non
perdete  niente: scommettete dunque che esiste senza  esitare".  Ma
riflettiamo  ancora, suggerisce Pascal, se doveste scommettere  una
vita  contro  due  potreste esitare? e se  ve  ne  fossero  tre  da
guadagnare?  "Sareste imprudente, se non rischiaste la vostra  vita
per  guadagnarne tre, in un gioco nel quale vi  uguale rischio  di
perdita  e di guadagno". Ma in questa partita, se vincete,  c'  in
palio  "una eternit di vita e di felicit"; "qui vi  una infinit
di  vita infinitamente felice da guadagnare", l'infinito contro  un
numero  finito  di possibilit di perdita: "non vi    da  esitare,
bisogna  tutto  impegnare". "E dato che si  obbligati  a  giocare,
bisogna  aver  rinunciato alla ragione per voler  salvare  la  vita
piuttosto  che  rischiarla  per il guadagno  infinito,  altrettanto
possibile  come  la perdita del nulla". Perch in realt,  conclude
Pascal, che cosa implica scommettere sull'esistenza di Dio? "Sarete
fedele,  onesto,  umile,  riconoscente,  benefico,  amico  sincero,
veritiero...  In  verit  non  vi  ritroverete  pi   nei   piaceri
pestiferi, nella gloria, nelle delizie, ma non ne conoscerete forse
altre?  Vi dico che ci guadagnerete in questa vita, e che  ad  ogni
passo  che  farete  per questa strada, vedrete  tanta  certezza  di
guadagno e tanta nullit in ci che rischiate, che conoscerete alla
fine  come abbiate scommesso per una cosa certa, infinita,  per  la
quale non avete dato niente"(24).
     La  proposta della scommessa  per Pascal una sorta di  ultimo
appello  alla ragione, al calcolo matematico delle probabilit,  ma
in   questo   caso   la  posta  in  gioco    solo   apparentemente
quantificabile: infinito contro finito. Per determinare  la  scelta
subentra  un  giudizio di valore, non solo morale,  ma  ontologico:
l'infinito  Essere, il finito  nulla.
     Tra  la  sua illuminazione del 24 novembre 1654 e la  messa  a
punto, tra il 1657 e il 1658, del
     
     p 150 .
     
     progetto di scrivere una Apologia del Cristianesimo, di cui  i
Frammenti  rappresentano  ben pi che  il  materiale  preparatorio,
Pascal   impegnato in una dura e vivace polemica contro i gesuiti,
che gli appaiono sostenitori di una morale lassista e probabilista.
La  confutazione delle posizioni dei gesuiti avvenne attraverso  la
pubblicazione di diciotto lettere, apparse anonime tra  il  gennaio
del 1656 e il marzo del 1657, note come Lettere provinciali(25). In
questi  scritti, al misticismo che caratterizza il  Memoriale  e  i
Frammenti,  si affianca un rigorismo morale che, come  vedremo  tra
poco,  ha  suscitato perplessit anche in pensatori  e  critici  di
ispirazione spiritualista.
     L'occasione della polemica fu data a Pascal dalla condanna  da
parte dei teologi della Sorbona, l'Universit di Parigi, dell'opera
di  Antoine  Arnauld, difensore e personaggio di  primo  piano  del
movimento giansenista cui Pascal era molto vicino(26). L'accusa che
i  giansenisti  muovevano ai teologi scolastici  e  soprattutto  ai
gesuiti  era  quella  di  avere abbandonato  gli  autentici  valori
cristiani in nome di un adeguamento alla nuova situazione  storica,
tenendo conto, caso per caso, dei luoghi, delle circostanze e delle
persone.  Da parte dei gesuiti viene formulata tutta una  casistica
che  di fatto rende relative le leggi divine che, per i giansenisti
e  per  Pascal,  non possono avere altro che un valore  universale:
cessando  di  essere un principio universale, la legge  diventa  un
"criterio probabile" di giudizio; al principio assoluto del  dovere
si sostituisce il concetto giuridico di lecito; la morale  ridotta
a legalismo(27).
     Con  Pascal  siamo  evidentemente agli antipodi  della  morale
provvisoria  di  Descartes, che si fondava  proprio  sull'adeguarsi
alle  situazioni, sulla probabilit in mancanza della certezza;  su
questo   terreno,   scrive  Pascal,  "Descartes   []   inutile   e
incerto"(28).
     Certamente,  come  afferma lo spiritualista  Michele  Federico
Sciacca (1908-1975), "nessuno pu rimproverare a Pascal la denunzia
degli  abusi  del probabilismo e della casistica, la  difesa  della
maest  e  dignit della morale contro adattamenti e  accomodamenti
legalistici, il richiamo delle coscienze alla purezza eroica  della
morale cristiana, della salvezza, nemica del legalismo formale, che
corrompe e dissolve, del suo appiattimento a pura condotta di  vita
del mondo"(29); ma nello stesso momento si deve riconoscere che "la
morale pascaliana ha il suo limite nel rigorismo giansenista che
     
     p 151 .
     
     non   tien  conto  delle  condizioni  effettuali  della   gran
maggioranza  degli  uomini:  se applicato  nella  sua  astrattezza,
sarebbe non meno iniquo della peggiore casistica"(30).
     
Pascal, Bruno, Descartes e Nietzsche.

Anche  quando polemizza con quanti si affidano esclusivamente  alla
ragione, Pascal non ne sminuisce mai il valore. Egli stesso,  negli
anni della meditazione e della preghiera, mentre polemizza contro i
gesuiti  e  redige i Frammenti, continua ad occuparsi di geometria.
Ma  un  uomo  che  si  affida  solo  alla  ragione,  all'esprit  de
gomtrie,  un uomo a met. Tutta la vita e il pensiero di  Pascal
sembrano  tsi  a  ricomporre l'unit dell'uomo, che    ragione  e
cuore.
     La  razionalit  scientifica,  come  dimostrano  i  lavori  di
Copernico  e  di  Galileo,  non  permette  di  cogliere  l'infinit
dell'universo: nessuno scienziato pu dimostrare l'identit tra  un
granello  di  polvere,  un uomo e il Sole, di  cui  parla  Giordano
Bruno;  nessuno  pu  indicare  le coordinate  di  quell'angolo  di
infinito cui Pascal si sente appeso.
     "Non ha senso cercare di assegnare voti a Pascal e a Descartes
[...]: ognuno di loro diede un immenso contributo alla scienza  del
tempo,  ma,  in  ultima  analisi,  essi  rappresentano  permanenti,
inconciliabili poli del pensiero umano"(31). Descartes ha messo  in
evidenza una drammatica scissione nell'uomo, quella tra corpo  (res
extensa)  e  pensiero (res cogitans), ed ha cercato  di  ricomporre
l'unit attraverso la ragione. Pascal, invece, insiste su un  altro
tipo   di   divisione  che  attraversa  l'uomo  e  ne  caratterizza
l'esistenza;  si  tratta della separazione tra la conoscenza  della
ragione e la conoscenza del cuore che coinvolgono entrambe corpo  e
pensiero: la fisica e la geometria sono il frutto della riflessione
intellettuale sui dati dell'esperienza sensibile; la conoscenza del
cuore  e  la  fede  che ne scaturisce sono la  conseguenza  di  una
visione  drammatica della storia dell'umanit, vissuta, in  seguito
al   peccato   di  Adamo,  come  caduta,  perdita  della   felicit
originaria, come corruzione che attacca il nostro corpo e la nostra
anima   e   non  concede  pace(32).  La  ricomposizione  dell'unit
dell'individuo  non  pu avvenire che in Dio,  o  meglio,  in  Ges
Cristo:  "Non soltanto conosciamo Dio solo attraverso Ges  Cristo,
ma non conosciamo nemmeno noi stessi se non attraverso Ges Cristo;
non  conosciamo  la  vita, la morte se non  per  Ges  Cristo;  non
sappiamo cosa sia n la nostra vita n la nostra morte, n Dio,  n
noi stessi"(33).
     Se  eliminiamo  Dio,  per Pascal scompare  la  possibilit  di
riunificare  l'individuo (istinto e ragione) al suo interno  e  con
l'intero  universo;  ma  resta  l'analisi  della  tragicit   della
condizione di una
     
     p 152 .
     
     umanit  divisa, l'illusoriet della scelta di chi  ha  voluto
farsi  dio,  cancellando l'istinto, e di chi  si    fatto  bestia,
rinunciando alla ragione.
     Resta  la  pena  di  vivere che un pensatore  senza  Dio  come
Giacomo  Leopardi (1798-1837) esprime con geniale  chiarezza  nello
Zibaldone di pensieri.
     Quando,  nella seconda met dell'Ottocento, Nietzsche annuncia
la "morte di Dio", assume, per s e per la filosofia, il compito di
ricomporre su un altro piano quella frattura tra istinto e  ragione
che la filosofia non era ancora riuscita ad eliminare, e inizia una
ricerca  che  porta l'uomo, durante la sua esistenza,  a  superarsi
come soggetto diviso senza rinunciare alla sua umanit.
     Nella stessa direzione si muover, nel Novecento, la filosofia
esistenzialista di ispirazione laica, che vede in  Pascal  uno  dei
suoi precursori.
     La   ragione,  strumento  indispensabile  per  riconoscere  la
finitudine dell'uomo, non pu pi presumerere di eliminarla.
